Ancora Cacciaguida (Par. XV-XVI). Una contestualizzazione storica

Cacciaguida (Par. XV-XVI), del quale si è detto nella precedente lettura, era il trisavolo di Dante, cioè il padre del bisnonno di Dante. La memoria genealogica di Dante non risaliva più indietro, se non per vagare in un mondo assolutamente incerto e mitico. Dante dunque controllava in modo sicuro quattro generazioni prima della sua. Questo era nella normalità delle memoria retrospettiva familiare del medioevo. Anzi nella grande maggioranza dei casi tale memoria non copriva più di tre generazioni, prima delle quali lo spazio era riempito dall’invenzione e dal mito. Un esempio illustre e particolarmente istruttivo è rappresentato nell’alto medioevo da Paolo Diacono. Dal tardo medioevo e dalla prima età moderna si formeranno tradizioni familiari con la volontà e la capacità di ricondurre indietro nel tempo per numerose generazioni la propria vicenda, ma ancora nel Due e nel Trecento lo spazio della memoria familiare era di tre generazioni, massimo di quattro, come è il caso di Dante.

     L’albero genealogico degli Alighieri (o Alagherii, come suona una forma altrettanto attestata nel Due e nel Trecento) è stato ricostruito più volte, in parte sulla base di quanto dice il poeta stesso e in parte sulla scorta di documenti pubblici e privati. Una ricostruzione si può leggere nell’Enciclopedia dantesca, alla voce Alighieri scritta da Arnaldo D’Addario (vol. I, pp. 125-130 e pieghevole fuori testo), in precedenza una illustrazione delle notizie intorno ai singoli ascendenti di Dante era stata proposta nel prezioso Dizionario della Divina Commedia di Giorgio Siebzehner-Vivanti, alle pp. 217-218.

     Cerchiamo di definire la spanna generazionale degli ascendenti di Dante. Cacciaguida era nato tra la fine del secolo XI e gli inizi del secolo XII e morì nella seconda crociata (1147-1149). Del figlio Alighiero (primo con questo nome) non si sa molto, la sua vita si svolse entro il secolo XII e i primissimi anni del Duecento, quando egli morì.  Uno dei figli di Alighiero, Bellincione, il nonno di Dante, nacque verso il 1170-1180 ed è conosciuto per avere partecipato ad alcuni atti di rilevanza politica alla metà del Duecento, dunque negli anni in cui nasceva Dante. Bellincione ebbe alcuni figli tra i quali il secondo Alighiero, nato verso il 1220, padre di Dante. Dante ebbe una discendenza: al figlio Pietro che fu al suo fianco dall’esilio alla morte sarà dedicato uno spazio nel sito del CERM.

     Come si inserirono queste quattro generazioni nella storia economica, sociale e politica d’Europa e d’Italia, e di Firenze in particolare? Gli anni di Cacciaguida videro in tutta Europa l’avvio di un vistoso incremento economico e demografico, manifestato anzitutto da una progressiva ascesa dei prezzi. Contestuale a questo trend di sviluppo fu una fortissima mobilità sociale, anzitutto in senso geografico, con redistribuzioni dell’habitat, delle quali la più vistosa, ma non l’unica, fu l’inurbamento nelle città di residenti del contado: modesti contadini nullatenenti ma anche medi e piccoli proprietari fondiari e artigiani e segmenti dell’aristocrazia rurale, imperniata sui castelli. Queste componenti confluirono in un ceto eminente cittadino ampio, comprensivo di persone di origine aristocratica e di altre. Nella prima generazione del Duecento, mentre proseguivano intensamente l’aumento della popolazione e l’aumento dei prezzi, si andò definendo nell’organizzazione politica dei Comuni cittadini una contrapposizione tra “maiores” e “minores”, tra “milites” e “pedites”, tra “nobiles” e “populares”. Ambedue le componenti erano élites politiche, in conflitto per la questione della partecipazione all’esercito e del relativo impatto sulla fiscalità (i nobili ritenevano di dover essere esenti da oneri fiscali poiché partecipavano personalmente alla guerra).

     La contrapposizione delle due élites, nobili e popolani, si cristallizzò e anzi si virulentò negli anni centrali del Duecento (gli anni in cui nacque Dante) a causa dell’endemico e antropologico contrasto fra clan familiari contrapposti, un contrasto di origini antiche, e a causa del conflitto  politico tra Impero e Chiesa e le rispettive fazioni sostenitrici, che si dissero ghibellini e guelfi. Ciò che lungo questi anni e questi conflitti caratterizzò in particolare Firenze fu un incremento economico particolarmente intenso, fondato in primo luogo su una potenza finanziaria che dal 1252 fu potenziata dalla coniazione di una moneta d’oro, il fiorino, vittoriosa rivale della precedente moneta d’oro che era stata coniata dall’imperatore Federico II, l’augustale. Ma nell’insieme questo apice economico di Firenze fu anche l’inizio, in tutta Europa e anche a Firenze, di una inversione di tendenza, cioè di un rallentamento dell’espansione demografica e dello sviluppo economico: tale movimento di decrescita si svolse fino alla prima generazione del Trecento, e quando Dante venne a morte (1321) era oramai da tempo evidente.

     In quale misura gli svolgimenti sociali, economici e politici che ho fulmineamente descritto si rilevano nella poesia di Dante, e segnatamente nel canto di Cacciaguida? Almeno due aspetti di quello svolgimento emergono nelle parole che Dante attribuisce al suo trisavolo. Uno è l’aumento della popolazione cittadina. Dal tempo di Cacciaguida a quello di Dante gli abitanti di Firenze sarebbero quintuplicati, si legge in quei versi. In realtà l’incremento tra la metà del secolo XII e la metà del Duecento fu molto superiore, non di cinque ma di circa dieci volte. Ma sarebbe insensato rimproverare a Dante, che non aveva strumenti di analisi, una approssimazione difettosa, mentre è piuttosto il caso di apprezzare la sua constatazione precisa di un vistoso incremento demografico nel corso di quattro generazioni. L’altro aspetto colto puntualmente, con un atteggiamento deprecatorio, è la commistione dei fiorentini di antica origine con persone venute dal contado, che è proprio ciò che aveva determinato, oltre all’incremento demografico, la forza economica della città. Nel prendere atto di questo atteggiamento “conservatore” di Dante nei confronti dei “villani” inurbatisi ricorderemo come sovente nel medioevo le visioni dei “conservatori”, cioè di quanti vedevano la propria situazione messa in crisi da nuovi sviluppi politici e sociali, sono le più acute nel cogliere i cambiamenti. Ci torneremo. Quanto al conflitto ghibellino-guelfo, Dante, che ne fu particolarmente coinvolto, ne parla in numerosi luoghi della Commedia dei quali diremo a suo luogo.

Nota. Comincio da questa lettura a dare conto di alcuni strumenti di conoscenza importanti per Dante e le sue opere.  Anzitutto la splendida Enciclopedia dantesca, edita in Roma dall’Istituto dell’Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani, 6 voll., 1970-1978 (l’ultimo volume, denominato Appendice, contiene una biografia di Dante, una sezione sulla lingua e lo stile, una bibliografia delle opere di Dante e degli studi su di lui e l’edizione completa delle opere). Utilissimo è Giorgio Siebzehner-Vivanti, Dizionario della Divina Commedia, 1° ed. Firenze, Olschki, 1954 (postumo: gli anni dello studioso sono 1895-1952), nuova ed. a cura di Michele Messina Milano, Feltrinelli, 1965 (Universale Economica, 496).

Autore: Paolo Cammarosano