CAMPANE E SCRITTURA: INFORMAZIONI DALLE ISCRIZIONI CAMPANARIE E DALLA DOCUMENTAZIONE D’ARCHIVIO


CAMPANE E SCRITTURA: INFORMAZIONI DALLE ISCRIZIONI CAMPANARIE E DALLA DOCUMENTAZIONE D’ARCHIVIO
di Marialuisa Bottazzi

La centralità della scrittura quale “campo e materia d’indagine in ragione di una ricostruzione delle ragioni sociali, economiche, ideologiche e culturali a cui quella scrittura si riferisce” ha continuato ad essere un principio fortemente sostenuto da Armando Petrucci in molti dei suoi scritti importanti. La dignità di ogni singolo scritto quale testimonianza privilegiata ai fini di una buona ricerca è rafforzata ancora dalle parole con cui Petrucci ribadisce l’importanza della scrittura qualunque sia il modo in cui essa si manifesta, la circostanza a cui si riferisce a prescindere dalla funzione per la quale era stata prodotta e altrettanto risulta ininfluente il modo in cui gli scritti si presentano. Potendo essere “incisi o dipinti, graffiti, sbalzati su oggetti, didascalici su affreschi e dipinti o in forma libraria manoscritta”, i testi scritti rappresentano sempre delle fonti documentarie degne di essere indagate. Questo principio, essenziale dal punto di vista di uno storico, era già stato affermato negli anni Quaranta del Novecento dal grande Marc Bloch nel secondo capitolo di Apologie pour l’histoire ou Métier d’historien. Con un forte richiamo inserito nella prima redazione del suo libro Bloch aveva fatto appello agli storici per una nuova concezione della storia basata su testimonianze “molto diverse per natura” affermando: “tutto ciò che l’uomo dice o scrive, tutto ciò che costruisce, tutto ciò che sfiora, può e deve fornire informazioni su di lui”. Sollecitata a tal punto, e già a quel tempo, la ricerca ancora oggi stenta a considerare gli scritti incisi dei veri e propri documenti “storici” o “autonomi”privilegiando, data la ricchezza, le fonti diverse da quelle lapidee e relegando spesso le iscrizioni a delle mere catalogazioni raramente considerate nonostante sia stato importante in passato il loro apprezzamento e considerato basilare, già agli inizi del Novecento, il loro accorpamento in un unico ed importante Corpus inscriptionum nazionale su esempio di altre nazioni europee. Accanto, quindi, alla considerazione della sterminata produzione documentaria su pergamena e cartacea mi sono da tempo impegnata a prestare qualche attenzione alla  larga quantità di iscrizioni incise su materiali diversi, nel mio caso di età medievale, da sempre destinate a comporre il nostro patrimonio epigrafico per il momento ancora regolarmente  raccolto sulla base di soli interessi locali.  Tra questo gran numero di incisioni lapidee d’ interesse territoriale sono spesso state incluse, per la loro natura, le stampigliature incise o sbalzate delle campane fuse da maestranze particolarmente abili in opera dal VI al XVI secolo, ad ornamento e “documento” dell’avvenuta fusione, a ricordo degli artigiani che vi avevano provveduto, come dei committenti promotori essenziali di quella ricchezza comune e che, a mio parere, consentono di recuperare alcune notizie importanti, sfortunatamente il più delle volte per il periodo più tardo del medioevo (secoli XIII- XV), su quest’arte antica e sui suoi operatori. La scrittura commemorativa diventa ancora una volta oggetto di studio e  “documentazione” di un ciclo produttivo, in questo caso delle campane, produzione che vive già una condizione privilegiata rispetto altri processi di trasformazione delle materie prime per la reperibilità dei diversi trattati a descrizione delle operazioni necessarie al fine di ottenere un prodotto finito e a cui si affianca una numerosa serie di impianti produttivi oggetto del risaputo interesse archeologico.  

    Ricordando brevemente che i primi dati riguardo agli scavi stratigrafici di fornaci di campane promossi in Italia risalgono agli anni Settanta del Novecento non possiamo dimenticare che per il loro studio si rese da subito evidente la necessità di esaminare i diversi stadi produttivi della fabbricazione delle campane di epoca medievale e moderna attraverso una stretta comparazione con le fonti  ritenute uniche ed “eccellenti”.  Ma nonostante il confronto delle evidenze archeologiche con  il De diversis artibus del monaco Teofilo e il De la Pirotecnica del senese Biringuccio offrissero un panorama importante e complesso circa quella esclusiva attività artigianale, rimase e rimane a tutt’oggi poco indagato il quadro relativo alle maestranze adibite a tale produzione artistica come non è stato finora ampiamente studiato l’effettivo rapporto che intercorse tra l’esperienza concreta dei magistri che emerge da una produzione documentaria d’archivio raramente considerata, le fonti “eccellenti” già citate ed esaustive circa lo studio dell’evoluzione del sapere tecnico e le molte iscrizioni incise o stampigliate dai maestri fonditori dal XIII secolo in avanti. Sollecitare nuove fonti dunque al fine di  ricavare informazioni riguardo i “campanari” in quanto gruppo sociale, cercando di individuare un atteggiamento innovativo di quegli artigiani, definiti finora  “itineranti”, nei loro rapporti con le committenze vorrebbe essere il tema da me trattato nell’ambito di questo Convegno.

    Ai fini di questo appuntamento, centrato principalmente su una generale prima analisi degli studi condotti per l’Italia settentrionale, per rispondere a quanto mi era stato chiesto di indagare, ho raccolto tra la documentazione pubblicata a stampa un numero importante di iscrizioni campanarie provenienti dai diversi luoghi dell’Italia centro-settentrionale centrando la mia attenzione sulle iscrizioni  appartenenti alle campane dell’Italia settentrionale nonostante perduri in me la convinzione che sia più produttivo, ai fini di questo studio, estendere l’osservazione verso un territorio più ampio. A questo proposito devo qui far presente infatti che mi sono trovata nella necessità di dover allargare  il campo d’indagine, oltre che sull’Italia centrale, anche verso regioni territoriali un tempo governate dalla Repubblica Veneta, quelle che al tempo dell’Impero Austro-ungarico erano la Carniola, la Kraina, l’Istria e la Dalmazia, mentre risultano mio malgrado poco indagate la regioni nord-occidentali d’Italia e cioè Liguria e Piemonte.

    Per quanto riguarda, invece, la documentazione d’archivio,  la ricerca si è dovuta limitare ad alcuni centri privilegiati per la loro ricchezza epigrafica e documentaria, già individuati dagli studiosi del secolo scorso, come risultano essere state Milano da Vincenzo Forcella e Verona da Giovan Battista Biancolini; quest’ultima anche sede, in passato, di una interessante mostra dedicata a tutte le campane, ancora esistenti e non, di cui la città veneta vanta una tradizione millenaria; a quegli studi già editi sono state affiancate la documentazione incisa e d’archivio di un piccolo centro del Veneto pedemontano, Ceneda, ed alcuni documenti custoditi presso l’archivio di Venezia, per la più parte inediti, corrispondenti a delle  sezioni notarili strettamente collegate con la Scuola Grande di Santa Maria della Carità. Infine, si è rivelato utile il recupero delle iscrizioni campanarie delle campane in uso a Venezia e raccolte nella prima metà dell’Ottocento da Emanuele Antonio Cicogna. Accanto a questi importanti corpusdocumentari e di iscrizioni è stato basilare analizzare fin dall’inizio la realtàdocumentaria locale del Friuli Venezia Giulia per buona parte ancora inedita e al mio fine illuminante. A questo fine sono state considerate le poche e brevi annotazioni dei quaderni dei Camerari di Trieste, oramai edite fino all’anno 1362, i quaderni delle imbreviature notarili udinesi ancora nella gran parte inedite e l’apparato documentario di un piccolo, ma vivace centro della Carnia pedemontana, zona il cui  ricco patrimonio documentario ha goduto in questi ultimi anni di un importante restauro reso necessario dal terremoto del 1976. La cittadina sede di quest’ultimo archivio indagato  è Gemona. Ed è dallo studio parallelo delle iscrizioni campanarie e di tutti i fondi d’archivio appena citati, in modo particolare da quello dei registri dei Camerari della Pieve di S. Maria Maggiore di Gemona che è emersa un’interessante e importante traccia riguardo alla verifica del fatto che delle comuni maestranze, il cui carattere peculiare è la sedentarietà dell’impianto produttivo, ben identificabili e rintracciabili topograficamente, abbiano prestato il loro lavoro e commercializzato i loro prodotti su un territorio molto vasto e per un arco di tempo molto lungo.

    Già conosciuta agli storici, oggetto d’ interesse artistico e fotografico nell’ambito di una mostra che si tenne a Siena nella primavera del 1994 dedicata al “Visibile parlare”, Gemona, cittadina sovrastante l’aperta pianura venne edificata non distante dalle due importanti vie commerciali che congiungevano il cuore dell’Europa al mare Adriatico divenuto in tempi brevi ampio dominio politico e commerciale di Venezia e della sua importanza  quale centro adiacente ad importanti vie commerciali, e del numero e della ricchezza delle sue pievi, troviamo testimonianza viva nella documentazione custodita nell’archivio cittadino che vanta la presenza per un lungo periodo di importanti serie documentarie tenute dalle autorità pubbliche circa le Delibere Consiliari correnti dal 1346 in poi, come dei registri dei Camerari di alcuni enti religiosi tra i quali spicca quello già citato della pieve di S. Maria Maggiore, fondo ancora completamente inedito, ricco e particolarmente prezioso per il gran numero di notizie che riguardano la gestione materiale di un ente religioso, in cui ho avuto modo di trovare numerose registrazioni che riguardano la produzione e la committenza di campane per il lungo periodo che va dal 1340 in avanti. Da tale data, 1340, sono state infatti indagate entrambe le serie segnalate fino a tutto il 1481, anno in cui vennero registrate, per la seconda volta, tra i registri dei Camerari della pieve, una successione di spese sostenute per la preparazione di una nuova “gran campana”, mentre traspariva  in tutta quella documentazione una probabile rilevanza demandata dalla cittadinanza a tale produzione, rilevanza poi particolarmente avvalorata dalla decisione di chi teneva il registro di spese della maggiore chiesa di Gemona di annotare in più casi, accanto alle spese sostenute, una descrizione particolareggiata delle operazioni volte al fine di “fondere una campana nuova”, il tutto in un friulano influenzato dal dialetto veneto. Queste descrizioni che si ripeterono nei registri dal 1340 al 1393, già in piccola parte edite nel 1932 da Giuseppe Marchetti, assieme a quelle che datano 1481, possono divenire alla loro pubblicazione, a mio avviso, quell’essenziale strumento di comparazione con i grandi trattati del Teofilo e del Biringuccio di cui accennavo in apertura. Apprendiamo, per esempio, che nel 1390 si preferì preparare e fondere la nuova campana all’interno di una “casetta” di mattoni fatta costruire per l’occasione sotto il campanile mentre in un secondo tempo, al suo interno, venne scavata la fossa e costruita una struttura per sollevare la campana; a fine lavori la “casetta” fu abbattuta dagli operai che per circa 22 giorni assistettero il maestro udinese, sfortunatamente mai nominato. L’argilla buona per la forma venne fatta venire da Artegna, argilla a cui vennero aggiunte 4 denari di uova, per impastare la prima malta di argilla del cappello della campana mentre si usò sego e spago per ungere e rivestire la forma. Il camerario accenna ai fornelli come annota le quantità del metallo comperato a Udine, diligentemente quantificate in corrispondenza della spesa sostenuta per ogni componente; questa prassi reiterata cinquant’anni più tardi dal camerario Danel perl’acquisto del metallo appare quindi cosa commercialmente usuale. Dalle precedenti annotazioni, quelle registrate dal 1340 in poi, abbiamo invece notizia di una campana comperata a Venezia su cui viene pagato, prima della partenza, dazio e quartesio; nel 1393 sul quaderno gemonese viene registrato il secondo acquisto a Venezia di una campana insieme a dei paramenti; anche in questo caso veniva pagato il dazio. Quando leggiamo di campane di provenienza veneziana, il camerario non si attarda a specificare che quello veniva dalle officine della Repubblica su cui vigeva una rigida serie di norme fissate dal Capitolare delle Arti; in genere le spese annotate per il trasporto coprivano l’uso della barca fino a Porto Gruari come quelle del carro per il trasporto via terra a Glemona. Di trasporto si parla anche in un’annotazione stesa dal massaro del Capitolo della Cattedrale di Verona; in quel caso la barca da Venezia risalì l’Adige, pagando il dazio a Rovigo mentre a Verona venne versata la Stadera.  Nel 1388 una fusione venne pagata in lire veneziane nonostante il lavoro fosse stato effettuato in un luogo vicino a Gemona, ma di certo non a Gemona,  mentre dalla consultazione dei quaderni dei Camerari del Comune di Trieste emerge la costante manutenzione delle campanae parvae palacii comunis. Dalle Delibere dei Consigli, Maggiore e Minore, del Comune di Gemona, invece, nonostante siano poche le citazioni che riguardano le campane, si potrebbe dedurre l’effettiva proprietà di una chiesa da parte di quel Comune i cui diritti, da sempre discussi, e su cui le autorità pubbliche basavano le loro prerogative, era costituita su pochi e inconsistenti documenti. Alla data del 1389 il consiglio cittadino intervenne accettando, approvando e deliberando lo spostamento e la collocazione di una campana posta a suo tempo nella torre campanaria della Chiesa maggiore della città, in quel momento in fase di ristrutturazione (abbiamo infatti le registrazioni dei Camerari che riguardano un probabile ampliamento e quindi ripristino del tetto), campana che rimossa venne spostata sul campanile della  chiesa di S. Giovanni che, a quel punto, sembra apparire, dalla delibera del Consiglio, sotto la tutela comunale.  Ancora a Gemona nel 1467 venne fusa una campana dall’alto valore simbolico e apotropaico per l’intera comunità. Preparata in ragione della forte epidemia di peste diffusasi nella zona, endemia confermata da una fonte cronachistica locale più tarda tenuta da Sebastiano Mulionum de Glemona e avvalorata da una carta datata 1467 comprovante la spesa sostenuta e quindi registrata tra le note del camerario, porta nel suo registro inferiore un passo particolarmente esplicativo di quell’alto valore simbolico ricoperto dalle scritture incise su manufatti apposti in luoghi particolarmente simbolici anche, e comunque, se di difficile accesso.

   Uno studio più approfondito e di più largo respiro, quindi, di tali archivi  apre nuovi e fecondi campi d’indagine, e non solo d’interesse locale, apparendo infatti interessante e di facile attuazione un lavoro che riguardi i reali tempi di produzione e di circolazione delle materie prime come dei prodotti finiti, dell’organizzazione del lavoro materiale come quello delle maestranze adibite a tale produzione che solamente dalla metà del XV secolo, come viene segnalato da quel documento dei camerari datato 1467, risultano identificabili, talvolta, anche nei registri notarili che con la loro raccolta di scritture private, nell’ambito di rapporti commerciali, completano il già denso panorama offerto delle scritture pubbliche. Contratti recanti termini di consegna vengono stipulati tra il committente (quasi sempre un ente religioso o pubblico) e l’artigiano a cui  spetta generalmente l’onere delle spese necessarie alla realizzazione della forma come del suo trasporto in loco; generalmente viene disposto il ritiro da parte dell’artigiano di campane fracte quando queste non sono usate direttamente per la fusione delle nuove o si tratta la loro vendita come voce in acconto alla spesa per il getto della campana nuova come nel caso della Campana per la chiesa di S. Marta a Venezia. Tra le varie annotazioni eseguite nei registri dei Camerari di Gemona ritroviamo più volte accenni a nuove fusioni, spostamenti e acquisti di campane la cui provenienza divenne dalla metà del XIV secolo prepotentemente veneziana: indizio, a mio avviso, dell’avvenuta evoluzione di quella prima fase produttiva. Si può effettivamente sostenere che quella produzione contraddistinta in un primo tempo dal un forte valore sacrale e simbolico per la comunità, divenne, in alcuni centri, entro il XIV secolo, il prodotto di una ormai evoluta produzione che possiamo definire “industrializzata” pur continuando ad essere il prodotto di pochi e bravi artigiani invitati a fornire la loro opera, come nel caso del maestro da Ancona chiamato a Gemona o del maestro Giacomo da Ceneda, maestro dei “più celebri del suo tempo”, di cui riporto le parole di un manoscritto custodito alla Joppi a Udine, “nel qual tempo fu fatta tregua tra li Signori Veneziani e casa d’Austria”. Il maestro Giacomo che fu chiamato a Udine a fondere nella notte del 13 novembre 1487 una campana di 5165 libbre in una fossa molto ampia fatta scavare nella chiesa  grande della città mentre una processione di clero e popolo faceva gran festa mentre solo pochi anni prima, nel 1481, su richiesta del vescovo Nicolò Trevisan, lo stesso maestro aveva fuso la “campana granda” per il Duomo della sua città

   In altri e numerosi casi la documentazione testimonia la loro distruzione, come è avvenuto per le campane di Milano durante il governo napoleonico. La risoluzione del 1799 “in nome della Repubblica Cisalpina” seguiva la lunga elencazione di quei manufatti da quel momento a disposizione del governo napoleonico, 184 campane divise tra i 5 circondari, e i dati che le riguardavano danno l’idea della quantità di  oggetti artistici esistenti nella capitale lombarda mai più recuperati. Questa sfortunata perdita, che per Milano risale quindi già alla dominazione napoleonica, e che lasciò integre una campana del XIV secolo e poche altre dei secoli XV e XVI, è stata in periodo più tardo, come nel caso delle campane dell’Impero Austro-Ungarico, alleviata dalla saggia e sapiente raccolta da parte dei diversi eruditi di tutte le iscrizioni leggibili delle campane “in pericolo” di requisizione. Da quelle schedature veniamo a conoscenza della loro provenienza, il peso e le dimensioni, tutti dati corredati spesso da fotografie certo non sempre chiare e da qualche riproduzione delle iscrizioni più interessanti delle campane catalogate. Questa precisione di scuola tedesca che troppo spesso manca alle pubblicazioni italiane, non  certo curate con attenzione paleografica, indica oggi una strada da seguire nella catalogazione delle iscrizioni in un panorama di più vasto interesse e sul quale vorrei soffermarmi.

L’importante indicazione di Venezia quale centro artigianale specializzato nell’arte fusoria, che risulta dalle carte gemonesi come da quelle veronesi, emerge anche dal nuovo repertorio di iscrizioni raccolto. La città veneta appare infatti come un importante centro artigianale operante in un’area molto vasta la cui produzione può essere assegnata per la massima parte a una grande famiglia di fonditori collocata topograficamente in città in campo S. Luca. Sicuramente non mancarono i singoli importanti artigiani che operarono sicuramente in fucine diverse, come evidenziano le iscrizioni raccolte, ma in molti casi questi sembrano gravitare attorno ad un monopolio gestito da due sole grandi fucine.

Il risultato raggiunto, che a mio parere risulta particolarmente interessante, è il prodotto di una larga osservazione delle iscrizioni accomunate da medesimi denominatori. Abbiamo quindi campane veneziane la cui struttura si contraddistingue per la forma slanciata e dalla bocca stretta, come dallo spessore particolarmente sottile nel loro corpo centrale che si conclude in un ispessimento consistente in quella che viene indicata in tedesco “ Schlagring” o “Schlakranz” ovvero, in italiano, “anello di percussione”. Questa particolare forma oblunga e sottile dalle misure contenute (raramente superano i 70 cm di altezza) il cui rapporto tra diametro e altezza era fissato in 2/3, permetteva prodotti di peso inferiore sicuramente più facili da trasportare rispetto alle campane gettate nelle fucine di scuola pisana il cui diametro è spesso superiore al metro ( campana di Oristano  m 2.30 ca. ).

Dai dati raccolti possiamo quindi brevemente distinguere una produzione “pisana” rivolta prevalentemente al centro Italia (Roma compresa) caratterizzata da manufatti pesanti e di grandi  dimensioni il cui rapporto tra altezza e diametro risulta essere lo stesso (h. 100, dm. 100), la scuola veneziana che abbiamo imparato a conoscere e la scuola tedesca, più rara, con campane denominate in tedesco “Bienenkorb” ovvero “ad alveare”.

La peculiarità più evidente che emerge studiando l’insieme di queste iscrizioni è sopratutto l’uso sistematico da parte degli artigiani veneziani di scritture brevi, caratterizzanti il manufatto e documentanti, quindi, la provenienza e la circolazione del loro prodotto.    

Bisogna premettere che ci troviamo sempre di fronte ad oggetti di gran lunga più tardi rispetto alla campana di Canino o a quella di S. Stefano di via Latina a Roma; le iscrizioni raccolte infatti provengono da campane fuse dagli inizi del XIV in avanti tranne nel caso di  Verona che, ricordo, custodisce nel suo museo una campana inscritta del secolo XI e può contare sulla trascrizione settecentesca di Giovan Battista Biancolini per quanto riguarda le iscrizioni di tre campane perse  del XII secolo, tutte segnalabili per la loro forma ancora “arcaica”. Le iscrizioni riportate furono incise con un alfabeto misto onciale e capitale, caratteristico delle scritture di passaggio che secondo la consuetudine epigrafica, presentano un’assenza di abbreviazioni nella campana ancora visibile del secolo XI, contrariamente all’uso più importante delle abbreviazioni fatto nelle tre campane del secolo XII. Tutte riportano la memoria di un fatto al quale sono legate, la fondazione del monastero, il committente, l’imperatore regnante o l’incendio della città del 1172. Solo in due viene menzionato il fonditore mentre risulta poco attestato per questo periodo, e contrariamente alla scuola pisana, l’uso di iscrizioni dedicatorie.

    Per quanto riguarda il periodo indagato, secoli XIV e XV, su più di 170 iscrizioni raccolte  poco più della metà reca il solo nome del fonditore, o dei fonditori, 20 il nome del fonditore e una formula più o meno lunga incisa nel registro superiore come in quello inferiore, 15 non recano che la data di fusione, su circa 15 leggiamo il monogramma del fonditore, in 31 la sola formula. Tra le formule più ripetute  la più usata è quella che ricorda gli attributi trionfali del Cristo ( + XPS. VINCIT. XPS. REGNAT. XPS. IMPERAT.) accompagnata, sempre, in questo caso, dal nome del fonditore. Usata dai fonditori pisani, questa formula, risulta essere tra le più usate anche tra le campane del Trentino e dell’Alto Adige; i motti più elaborati invece, ricordo, vennero usati dagli artigiani a Gemona, come per le campane del centro Italia, risultano completamente assenti nelle campane di maestranza veneziana, tanto da impedire all’insigne archeologo tedesco Anton Gnirs, a cui debbo tutta la mia riconoscenza per aver stilato nel 1917 uno dei più bei repertori di campane per  i territori dell’Impero, la lettura di un’iscrizione erroneamente preparata al positivo dal maestro che aveva provveduto alla fusione di una campana per Lovrana.  La difficoltà e la sconosciuta locuzione tratta dalla nona lettura del mattutino dell’ufficio di Sant’Agata protettrice dei campanari: “MENTEM SANCTAM, SPONTANEAM HONOREM DEO ET PATRIAE LIBERATIONEM”, non gli permisero di individuare quello che risulta essere uno dei motti più conosciuti tra le campane medievali, completamente assente tra le campane di origine veneziana. Nel caso veneziano ci troviamo quindi di fronte a iscrizioni brevi e concise, in bella grafia gotica, non sempre perfettamente allineate rispetto alla linea  ideale di scrittura, riportanti, il più delle volte, il nome del fonditore completo del patronimico; un uso documentario semplice e rapido della scrittura, quindi, che mi ha permesso di raggiungere l’obbiettivo più importante prefissato: ricostruire, attraverso le iscrizioni, il movimento e la provenienza delle maestranze come la loro comunanza rispetto al singolo prodotto. Attraverso tutte le iscrizioni ho potuto quindi ricostruire l’intera produzione artigiana di una complessa famiglia veneziana che dalla fine del XIII secolo, a Venezia, fuse campane fino a tutto il XV secolo e dalla quale sembra aver avuto inizio la fortuna di altri maestri campanari. Attraverso poi il testamento del maestro Vivencius, rogato nel 1362 dal notaio Rana di Venezia e di alcuni altri documenti custoditi presso l’Archivio di Stato di Venezia ho trovato conferma dei legami genealogici suggeriti dalle iscrizioni.  Non stupirebbe, ma è ancora da accertare, la comunanza di maestro Alvise padre putativo e maestro del più famoso Pier delle Zuane, alla famiglia più conosciuta in questo campo. Di quella grande famiglia di fonditori che sembra aver raggiunto Venezia partendo da Torcello nel corso del XIII secolo, riusciamo a ricostruire l’intera genealogia seguendo le sole iscrizioni campanarie, iscrizioni documentanti infine quella produzione “industrializzata”. Leggiamo spesso, quindi, ” Jacobo, (o altro nome) me fecit in Veneciis, situazione che risulta comunque conforme a quella che per il momento si prospetta anche a Genova + IANUA  MCCCLXXXVIII  Magister LEONARDUS  DE  PARMA  FECIT e + IHesuS   MD.  EGO  LEONARDVS  DE PARMA  FECI  HOC  OPVS  IN IANUA.

 Questa personalizzazione del prodotto finito, spesso garantito anche da un monogramma del fonditore, come nel caso della famiglia di fonditori milanesi de Calderariis che riproduce sul fianco della campana un sigillo raffigurante una “caldera”,  avvallava anche parte della produzione veneziana segnata da incisioni semplici in primo tempo (una croce latina sorretta da due aste laterali nelle campane fuse da Marco di Vendramo e dai suoi lavoranti, campane molto presenti a nord est, ma anche a Lucca), diventate più ricercate nel tempo attraverso l’applicazione di piccoli e antichi oggetti (monete), diventata più tardi la personalizzata applicazione di monogrammi o di figure preparate per contraddistinguere il proprio prodotto: il monogramma nelle più tarde campane di Pier delle Zuane, la V trifogliata nella produzione di Jacobo da Veronao la più antica e semplice M incisa nelle campane di Magistro Manfredinus presenti nel vasto territorio della Repubblica comprendente nel suo caso le terre dell’Istria, il goriziano come le valli dell’Alto Adige. Quest’ultimo personaggio di spicco dell’artigianato veneziano, segnalato più volte dalle iscrizioni campanarie, venne esplicitamente citato nel primo Capitolare delle arti di Venezia come una delle poche persone adibite al commercio dei metalli nella Repubblica e che assieme alla famiglia di Jacobo, stabilì nella laguna una sorta di monopolio industrializzato e che risulta particolarmente interessante di continuare ad indagare.

 

 

Abbreviazioni
ASU  = Archivio di Stato di Udine
ASV   = Archivio di Stato di Venezia
BCG   = Biblioteca Comunale di Gemona
BCU   = Biblioteca Comunale di Udine

 

Fonti

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ASV, Sc.Gr. della Carità, b. 102, Commissaria Argentini,  fasc. 7067, cc. 28-29v.

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ASV, Notarile Testamenti, Marco Rana, b. 855, ms. cartaceo 229.

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ASV, Sc. Gr. di S.ta Maria della Carità, Commissaria P. Argentini, b. 106, tomo VII, perg. sciolta, fasc. 7272.

ASV, Notarile Testamenti, Vegiis Bartolomeo, b. 1040, ms. membr. 13, ms. cartaceo 71.

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BCG, Parte Antica, b. 1104, a. 1480-81, cc. 2v, 10v-15

BCG, P. Ant. b. 1034, a. 1390, cc. 20v, 21

BCG, P. Ant. b. 1093, a. 1466, cc. 23r.

BCG, P. Ant. b. 993, a. 1340, cc. 17v, 18v.

BCG, P. Ant. b. 1037, a. 1393, cc 7-11

BCG, P. Ant., b. 15, a. 1389- 1390 cc. 47v- 48

BCG, P. Ant, b. 1093, a. 1466-1467, c. 24

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