Dantedì – Il canto di Ulisse (Inf. XXVI). Condanna divina e giudizio umano

Per inaugurare una serie di brevi interventi su Dante, nel quadro delle iniziative che culmineranno nel 2021, settimo centenario della morte del poeta, pare interessante cominciare con un canto che più di altri pone un problema che è cruciale per una corretta comprensione della “Commedia”: quello del rapporto tra il peccato che determina il giudizio di Dio e assegna al peccatore il suo posto nell’inferno o nel purgatorio e l’atteggiamento del poeta verso il peccatore.

     Il canto di Ulisse (Inf., XXVI, 49-142) è certamente nella mente, e speriamo nel cuore, delle persone colte. Comunque ricordiamone l’essenziale. Reduce a Itaca dalle sue molte e pericolose vicende, Ulisse non è trattenuto dagli affetti familiari al punto di negarsi una nuova, e più audace di tutte, avventura: recarsi nella metà opposta delle terra e vedere il “mondo sanza gente”. Con un piccolo numero di seguaci, oramai come lui non più giovani, si porta fino alle colonne d’Ercole (lo stretto di Gibilterra), qui esorta i suoi uomini a proseguire la navigazione, che si conclude in tragedia.

     La tragedia è una punizione divina per la volontà di conoscenza di Ulisse e la superbia che la sorregge? No. I superbi hanno il loro posto nell’inferno e nel purgatorio, anzi sono presenti in diverse accezioni e situazioni a seconda di come la loro superbia si realizza, e comunque nessuna di queste fattispecie è quella di Ulisse. Ulisse è collocato tra gli ingannatori, insieme a Diomede, con il quale ordì l’inganno del cavallo di Troia e altre pratiche di deprecabile astuzia. Alcuni commentatori cercarono di coniugare il motivo della condanna divina e la vicenda di Ulisse: il suo “consiglio fraudolento” sarebbe appunto consistito nel persuadere i compagni a compiere un’impresa disperata. Questa lettura è già stata contestata, segnatamente dal grande italianista Mario Fubini che ha dedicato a Ulisse una delle voci più belle del Dizionario dantesco della Treccani, strumento principe per chiunque si interessi a Dante. In effetti interpretare l’esortazione di Ulisse ai compagni come un consiglio cattivo, anzi fraudolento, è indice di una lettura contorta e macchinosa dei versi di Dante, e soprattutto della volontà di creare una simmetria tra un peccato e l’insieme dei comportamenti del peccatore. Ma leggendo senza preconcetti i versi di Dante nessuno può sfuggire alla commozione del “fatti non foste a viver come bruti” e alla persuasione di una profonda, ammirata e sostanziale adesione di Dante alla volontà ulissea di “conoscenza” e di “virtù”, positive e inscindibili qualità morali umane. Bisogna accettare, qui e in altri luoghi della “Commedia”, la dissimmetria tra condanna del peccato e valori umani positivi dei quali anche i peggiori peccatori possono essere provvisti.

     Ci sono personaggi della “Commedia” per i quali si può parlare di una simmetria tra i loro comportamenti umani e il peccato per il quale vengono dannati: Sapìa (Purg., XIII, 100-154) è in Purgatorio tra gli invidiosi, ed era stata davvero una invidiosa. Ma ci tornerò in un’altra di queste telegrafiche letture. Al momento ancora due parole su Ulisse. Anzitutto la “orazion picciola”. Questo è tecnico. A Firenze si era elaborata una teoria dell’eloquenza pubblica che prediligeva il discorso breve a quello amplificato ed ampolloso. In quali sedi i cittadini esprimevano la loro capacità di parola? Anzitutto nel Consiglio cittadino, il principale organo di governo. Dante fu tra i consiglieri, e proprio la sua partecipazione fece sì che sia stato pubblicato il registro di uno di questi Consigli fiorentini. In questo registro il suo intervento è riassunto in tre parole; ma questo non necessariamente perché abbia tenuto una “orazion picciola”, ma semplicemente perché i notai che redigevano i verbali delle sedute consiliari dovevano farlo in modo standardizzato e stringato.

    Fa parte di una tradizione retorica anche il richiamo alla “semenza”, che nella tradizione retorica si riferisce all’origine familiare o alla patria delle persone che si vogliono persuadere e che si ammoniscono a essere degne delle loro origini; ma in Dante la “semenza” è ricondotta con geniale rovesciamento alla generale radice umana. Stupenda è infine la terzina nella quale Ulisse dice come, udita la sua “orazion picciola”, i compagni non si sarebbero più trattenuti dal proseguire nell’impresa. È un omaggio intenso alla forza della parola, che persiste nel tempo  oltre l’espressione viva e immediata  dell’oratore.

Nota. Per loro natura, questi interventi saranno privi di note e riferimenti bibliografici.                                                                      

Autore: Paolo Cammarosano