Ghibellini e Guelfi. Farinata degli Uberti (Inf. VI e X)

Ancora prima di essere rievocato nell’indimenticabile canto X dell’Inferno, il grande capo ghibellino di Firenze Farinata degli Uberti è nominato nel canto VI, in un complesso di versi che sono importanti per comprendere l’atteggiamento politico di Dante. Nel girone dove sono puniti i golosi Virgilio e Dante incontrano un fiorentino, Ciacco, persona della quale non si sa nulla di sicuro. Dante si rivolge a lui con atteggiamento di pietà, poi gli chiede quale sarà l’esito di Firenze politicamente divisa, e ancora se vi risiede qualche “giusto” e come è nata la divisione interna.

     La divisione di cui parla non è tra guelfi e ghibellini, perché nell’anno 1300 nel quale Dante inventa che sia avvenuto il suo viaggio ultraterreno Firenze era da tempo governata da famiglie di parte guelfa. Al loro interno si era creata una contrapposizione tra due clan aristocratici, i Cerchi e i Donati, poi capofila rispettivamente dei Bianchi e dei Neri (ne ho detto nel primo capitolo del profilo biografico di Dante). Ciacco prevede l’iniziale vittoria dei Bianchi e la veloce rivincita dei Neri, vicende che si realizzarono fra il 1301 e il 1302. Alla seconda domanda di Dante Ciacco risponde che i “giusti” in Firenze sono due, i quali non hanno seguito. Quanto alle radici della discordia, Ciacco le riconduce ai peccati di superbia, invidia e avarizia. A queste risposte un po’ generiche di Ciacco fa seguito una quarta domanda di Dante: vuole sapere qual’è stata la sorte ultraterrena di Farinata degli Uberti e di altri quattro cittadini, i quali tutti “al ben far puoser li ‘ngegni”. Ciacco risponde che sono tutti all’inferno. E nell’inferno infatti Dante li ritroverà.

     Questo passo ha dato luogo a dei dubbi di interpretazione. Perché Dante ha voluto fra i dannati personaggi che stimava per essersi adoperati “al ben far”? Qualcuno pensò anche che l’espressione elogiativa di Dante sia ironica. Un uso retorico dell’ironia non è estraneo al poeta, lo ritroveremo. Ma non è qui il caso. Si tratta invece, come nel canto di Ulisse con il quale ho voluto iniziare questa breve serie di interventi danteschi, della dissimmetria fra giudizio umano e giudizio divino. Il giudizio umano di Dante su quei cinque protagonisti della politica fiorentina è positivo, come è provato dall’atteggiamento che egli avrà quando li incontrerà nell’inferno (Inf. X, XVI, XXVIII). È un giudizio che non ha a che fare con lo schieramento politico delle persone, che erano non tutte guelfe né tutte ghibelline, e nemmeno con gli esiti, talora sanguinosi e forieri di sventure, delle loro azioni. Quello che per Dante conta è una onestà personale e intenzionale (“li ‘ngegni”), una onestà politica che si concreta nella volontà di “ben far”, cioè di non usare malamente il potere per imbrogli e per vantaggi personali, come sarà il caso di altre figure che si incontrano fra i dannati. E al modo che Ulisse non è condannato per la sua impresa audace, che subì una sventura tutta terrena, mentre la condanna divina non ebbe a che fare con quell’audacia, così quei cinque fiorentini sono condannati nell’al di là per peccati diversi (Farinata, vedremo presto, per eresia), che non hanno a che fare con un loro impegno politico in sé non condannabile.

     Farinata degli Uberti è il più famoso e importante dei cinque, e anche quello sul quale abbiamo il maggior numero di notizie storiche. Le hanno riportate molti studiosi, e tra questi con particolare ricchezza di elementi e di contestualizzazione storica Federico Canaccini. Farinata era nato verso il 1212. Tra il 1239 e il 1241 divenne il capo della parte ghibellina di Firenze e si legò a Federico di Antiochia, figlio naturale dell’imperatore Federico II, podestà di Firenze e dal 1246 vicario generale in Toscana.  Dopo un qualche sbandamento dello schieramento ghibellino in seguito alla morte di Federico II (1250) una ampia riorganizzazione si coagulò attorno ad altri rampolli della casa di Svevia, prima Corrado IV, poi Corradino e Manfredi.

     Farinata e i suoi familiari ebbero gran parte in questa riorganizzazione e nei progetti di lotta contro la parte guelfa dominante in Firenze. Con l’alleanza delle forze militari della ghibellina Siena, dei contingenti imperiali e dei fuorusciti ghibellini di Firenze una sanguinosa disfatta fu inflitta all’esercito di Firenze guelfa a Montaperti il 4 settembre 1260. Verso la fine del mese Farinata e altri rappresentanti di città e famiglie ghibelline si riunirono a Empoli per decidere come capitalizzare la loro vittoria di Montaperti. Qualcuno propose di procedere a una distruzione di Firenze, ma fu Farinata ad opporsi. Questo episodio è confermato da altre fonti, non è tra quelli, pure numerosi, per i quali Dante è unus testis. E su questo episodio si fonda la celebrazione che Dante fece di Farinata nell’Inferno, e si fonda una prosecuzione gloriosa di memoria del personaggio. Essa peraltro fu parallela a una prolungata persecuzione nei fatti e nella memoria della dinastia degli Uberti. Parenti e discendenti di Farinata sarebbero stati  vittime della ripresa di potere dei guelfi con il principale ausilio di Carlo d’Angiò, cose delle quali anche ho fatto un cenno nel breve profilo biografico di Dante.

     Farinata non vide però il trionfo guelfo, perché morì nell’aprile del 1264, dunque poco prima delle disfatte ghibelline che si susseguirono tra il 1266 e il 1269 nel regno di Sicilia e, in Toscana, a Colle di Val d’Elsa. La persecuzione degli Uberti significò un esilio e una diaspora, il cui teatro furono in un primo tempo città toscane “ghibelline” e  poi la Lombardia e il Veneto (Mantova, Padova, Treviso, Vicenza). Ci fu dunque una somiglianza tra le vicende  degli Uberti e quella di Dante, e questo rende in parte ragione dell’atteggiamento simpatetico del poeta, il cui movente sostanziale rimane comunque l’apprezzamento del valore patriottico di Farinata. Ma per chiarire ancora è bene ripercorrere tutto l’andamento del dialogo tra Farinata e Dante, uno degli andamenti più “teatrali” nella Commedia.

     Prima dobbiamo però dire come, contestualmente alle persecuzioni politiche degli Uberti, essi siano stati oggetto di una serie di incriminazioni e condanne per eresia. Queste si  svolsero negli anni Ottanta del Duecento, e Dante poté dunque averne conoscenza diretta, mentre le vicende del conflitto ghibellino-guelfo degli anni Sessanta gli erano note solo per memoria orale recente. L’accusa inquisitoriale degli Uberti può motivare la collocazione di Farinata fra i dannati per eresia, ciò che nulla toglie nei versi di Dante alla grandezza politica del personaggio, il quale aveva fatto prevalere l’amore della patria, impedendone la distruzione, all’adesione alla propria parte politica. Questa è la sostanza del celebre episodio di Inf. X, dove l’aspetto ereticale rimane decisamente nell’ombra. Del resto è nell’ombra anche per noi. Pare che talora i frati inquisitori adombrassero una adesione degli Uberti all’eresia càtara, la più importante in Europa fra XII e XIII secolo, eresia dualistica ascendente al manicheismo. Ma nella Commedia non c’è una definizione in questo senso. Farinata, insieme a Cavalcante dei Cavalcanti, suo vicino nell’avello infernale, è in un insieme di persone condannate perché seguaci di Epicuro (il grande filosofo greco, 341-270 a. C.) nella credenza che l’anima non sopravvivesse al corpo. Credenza che nel Duecento era stata attribuita anche all’imperatore Federico II, anch’egli compreso tra gli eretici del canto X.

     Riprendiamo allora la sequenza dell’incontro tra Farinata e Dante. Udendo la parlata fiorentina di Dante Farinata  si erge con mezzo busto fuori del sepolcro e lo interroga sulla sua ascendenza familiare. Alla risposta di Dante Farinata ricorda come gli ascendenti di Dante fossero stati nemici suoi, della sua stirpe e della sua parte politica, e pertanto combattuti e sconfitti due volte da Farinata stesso. L’allusione è a due vittorie ghibelline, la prima nel 1248,  ottenuta con il sostegno del vicario imperiale in Toscana, la seconda quella più famosa di Montaperti. Con immediatezza Dante ribatte che i suoi ebbero una rivincita dopo ambedue le sconfitte, mentre la parte ghibellina non riuscì a riprendersi. Qui c’è una prima interruzione nello scambio polemico tra Farinata e Dante. Un altro dannato,  in un sepolcro vicino, ha riconosciuto Dante, pensa che egli abbia ottenuto di poter entrare nell’oltretomba per un merito intellettuale (“per altezza d’ingegno”) ed è perciò stupito che il proprio figlio non sia con lui. Dante ha ben riconosciuto da queste parole e dal tipo di condanna infernale il suo nuovo interlocutore, che è Cavalcante dei Cavalcanti, padre di Guido che di Dante era grande amico, anzi il “primo” degli amici. Dante allora spiega di non essere disceso nell’inferno per meriti propri, bensì per la volontà e con la guida di Virgilio, che lo condurrà a Dio, verso il quale Guido non ebbe alcuna considerazione (“ebbe a disdegno”)(molti interpreti hanno invece pensato che il “disdegno” di Guido Cavalcanti sia da riferire a Virgilio, oppure a Beatrice, io non sono d’accordo e posso sbagliare). Nel rispondere a Cavalcante Dante impiega il verbo al passato (“ebbe”) e questo induce Cavalcante a un moto di disperazione: pensa che il figlio Guido sia morto. Dante ha un momento di perplessità, perché non capisce come mai le anime dei trapassati non sappiano cosa accade in terra, e come pertanto Cavalcante non sappia che il figlio è ancora vivo. L’indugio di Dante nella risposta accentua la disperazione di Cavalcante, che ripiomba supino nell’avello e più non ne riemerge.

     Il dubbio di Dante e la questione di Guido sono ripresi presto in seguito. Ma al momento la parentesi di Cavalcante non si chiude, e viene subito ripreso il dialogo con Farinata. È un andamento di eccezionale sapienza poetico-narrativa, con l’alternanza di sospensioni e riprese. E in questa ripresa c’è anche la ripresa da parte di Farinata delle parole con cui Dante ha detto della mancata rivincita ghibellina (“i vostri non appreser ben quell’arte”). Farinata si dichiara addolorato per questo, ma replica che “quell’arte” è molto ardua e che Dante lo sperimenterà su se stesso. Questa profezia vede accomunata la sorte dei ghibellini a quella dei guelfi di parte bianca. È un momento di sintonia tra Farinata e Dante, al quale fa seguito la domanda del grande ghibellino del perché i fiorentini al potere si siano tanto accaniti contro la stirpe degli Uberti. Dante spiega l’accanimento (che abbiamo detto ben documentato) con la memoria della sanguinosissima battaglia di Montaperti.  Farinata dice che si era trattato di un movimento collettivo, non era stato il solo, e il movimento aveva avuto le sue ragioni, ma sottolinea che quando dopo la vittoria di Montaperti alcuni del campo ghibellino avrebbero voluto distruggere Firenze egli solo l’aveva difesa “a viso aperto”.

     Nell’atmosfera di un dialogo oramai acquietato, con l’auspicio di Dante che la progenie di Farinata possa trovare pace, si apre lo spazio per un chiarimento da parte di Farinata sulla capacità per le anime dell’oltretomba a vedere il futuro ma non le cose presenti, ciò che rende ragione dell’equivoco di Cavalcante quando aveva udito la parola “ebbe” e ne aveva dedotto che il figlio Guido non fosse più vivo. Dante chiede allora a Farinata di spiegare a Cavalcante l’esitazione che aveva avuto nella risposta e a dirgli che il figlio Guido è ancora in vita. È il finale sereno e commosso del memorabile incontro.

     Guido Cavalcanti in effetti era vivo nell’aprile del 1300, data immaginata da Dante per il suo viaggio con Virgilio. Sarebbe morto pochi mesi dopo. Ma, più importante, lui e suo padre erano stati effettivamente eretici? L’adesione di Guido Cavalcanti all’epicureismo sarà ripresa da Giovanni Boccaccio, che in una novella del Decameron (VI, 9) dipingerà Guido come tutto intento alla speculazione dottrinale e dirà che “alquanto tenea della opinione degli epicuri”, aggiungendo che per questo motivo si era diffusa “tra la gente volgare” l’idea che le “speculazioni” di Guido “eran solo in cercare se trovar si potesse che Iddio non fosse”. Il Boccaccio dunque attribuisce a una communis opinio non ben fondata l’idea di un ateismo di Guido Cavalcanti. Che sarebbe allora una tipica forma dell’ateismo medievale, orientato verso una presunta dimostrazione dell’inesistenza di Dio oppure sulla teoria dell’impostura (tre impostori, Mosè, Cristo e Maometto, avrebbero ingannato gli uomini): teorie che nulla hanno a che vedere con il moderno ateismo sviluppatosi fra Sei e Settecento, alcuni esponenti del quale avrebbero anzi contestato idee medievali quali la teoria dell’impostura. Di queste convinzioni Dante non fa cenno e rimane nel vago sulla definizione delle eresie di Farinata, dei  due Cavalcanti, di Federico II e del cardinale ghibellino Ottaviano degli Ubaldini, ascrivendoli a un generico epicureismo, che dice diffusissimo (“più di mille”), nucleo del quale era il rifiuto dell’idea dell’immortalità dell’anima.

Nota. Federico Canaccini è uno studioso, in particolare, del conflitto tra guelfi e ghibellini nella seconda metà del Duecento, e ha condotto accurate ricerche sugli Uberti; gli si deve tra le altre cose il libro sulla battaglia di Tagliacozzo che segnò un momento non assolutamente decisivo ma comunque molto importante verso l’egemonia guelfa nel Mezzogiorno d’Italia e in Toscana: 1268 La battaglia di Tagliacozzo, Bari-Roma, Gius. Laterza & Figli, 2019 (Storia e Società).

Autore: Paolo Cammarosano

Immagine di copertina: Pacino da Bonaguida La battaglia di Montaperti, miniatura, XIV secolo.