Ghibellini e Guelfi. Sapìa (Pg. XIII)

Sapìa, della nobile famiglia senese dei Salvani, è collocata nel Purgatorio per il peccato di invidia. Lo potremmo meglio definire con il termine tedesco di Schadenfreude, cioè la gioia procurata dalle sventure altrui. Molto meno documentata di Farinata degli Uberti, la donna apparteneva comunque anch’essa ad una stirpe importante, essendo sorella di Ildibrandino Salvani, morto nel 1247, e dunque zia di Provenzano Salvani, il capo dei ghibellini senesi, che Dante collocherà anche in Purgatorio per il peccato di superbia (Pg. XI).
Occorre qui una breve parentesi. In passato è stata a volte suggerita una equazione tra nobiltà e ghibellinismo, ma è un’idea errata. I due grandi schieramenti erano di natura politica, e dal punto di vista della configurazione sociale erano trasversali, cioè comprendevano al loro interno, ciascuno dei due, nobili e non nobili. In più, le adesioni politiche potevano seguire le vicende economiche e private delle persone e mutare al mutare di tali vicende.

Di tutto questo è buon esempio l’episodio di Sapìa. Verso il 1230 ella fu data in sposa a un personaggio non nobile, anzi di origine assai umile, esempio tipico di una ascesa sociale. Costui si chiamava Ghinibaldo ed aveva appartenuto con suo padre Saracino al ceto dei dipendenti rurali (affittuari, vassalli) del monastero di San Salvatore dell’Isola in Val d’Elsa. Verso il 1214 li sappiamo in una posizione eminente all’interno di questa
élite rurale. Poi Ghinibaldo e un suo fratello si fecero cittadini di Siena, si arricchirono di possessi fondiari, in parte a spese del monastero del quale erano stati sudditi, esercitarono attività mercantili in tessuti ed altro e Ghinibaldo, al culmine del suo social climbing, prese in moglie, verso il 1230 come si è detto, la nobildonna Sapìa dei Salvani. Inoltre, qualche tempo dopo, costruì nel territorio valdelsano un castello che avrebbe preso il suo nome (Castiglion Ghinibaldi) e nel 1265 vi fondò un ospedale destinato ad accogliere poveri e pellegrini.

Certamente a questa altezza cronologica, metà del Duecento, Ghinibaldo aderiva alla compagine ghibellina al potere in Siena, come doveva aderirvi la moglie Sapìa e come ne erano capofila i Salvani. I coniugi avevano preso dimora in Colle di Val d’Elsa, una cittadina il cui gruppo dominante era rimasto a lungo filo imperiale, cioè ghibellino. Dopo la ripresa di potere guelfa nella seconda metà degli anni Sessanta del Duecento il vento mutò, e mutò sia per Ghinibaldo, sempre più legato all’élite nobiliare e adesso guelfa di Siena, e mutò per la moglie Sapìa, che parteggiava oramai decisamente per il guelfismo. Così quando, il 17 giugno del 1269, l’esercito senese e ghibellino fu sconfitto sotto le mura di Colle di Val d’Elsa dall’esercito fiorentino e guelfo, Sapìa, che era già nella metà discendente della propria esistenza, cioè oltre i trentacinque anni, non poté che essere felice della disfatta. Nel rievocare l’episodio, ovviamente sulla base di una tradizione orale (al momento della battaglia di Colle aveva quattro anni), Dante rese conto di un conflitto politico che attraversava e divideva non solo i ceti dominanti cittadini ma le singole stirpi familiari. Condannò al purgatorio Sapìa perché la sua “invidia” di parte aveva prevalso sul senso dell’appartenenza dinastica e cittadina, mentre Farinata rappresentava la situazione opposta, il primato dell’amore del cittadino per la sua patria sopra il sentimento di parte. Ma Dante volle accentuare il lato peccaminoso della donna narrando come la gioia per l’avverarsi del suo desiderio partigiano l’avesse spinta a rivolgersi con forsennato orgoglio a Dio, esclamando che oramai non ne aveva più timore, essendo stata soddisfatta del suo maggior desiderio.

Dunque non solo invidiosa, per giunta assistendo a uno scontro nel quale il nipote Provenzano era rimasto ucciso, ma anche bestemmiatrice, Sapìa Salvani sarebbe stata salvata dalle preghiere di un santo uomo che aveva una bottega di pettini in Siena, onde il nome di Pier Pettinagno. In realtà Sapìa poteva contare sulla ricompensa divina che, giusta il testamento di suo marito, avrebbe dovuto meritare l’ospedale fondato “in redenzione dei peccati miei e di quelli di donna Sapìa mia moglie e di Diambra, Raniera, Baldesca, Margherita e Andrea, figlie mie e di mia moglie”. Ghinibaldo e Sapìa non ebbero figli maschi (ricordo che nel mediolatino Andrea è un nome di genere ambivalente). Ma questo lo diciamo noi. Dante non sapeva niente di Ghinibaldo né del suo ospedale, e diede immortalità a questa donna di Siena e al santo pettinaio.

Autore: Paolo Cammarosano

In copertina: Giotto, Cappella degli Scrovegni, L’invidia