Una introduzione al Patriarcato di Aquileia – II parte

Pubblichiamo la seconda parte dell’articolo di Paolo Cammarosano sul Patriarcato di Aquileia.



La complessità della posizione dei patriarchi e la problematicità della loro collocazione patriarchi nei conflitti tra Chiesa ed Impero vennero in piena luce nei decenni centrali del secolo XII, al tempo dei lunghi patriarcati di Pellegrino e del suo successore Ulrico II (1161-1182). Mentre Pellegrino rimase nella sostanza un fedele di Federico Barbarossa, ricevendone in compenso i poteri temporali su Belluno, Ulrico II tenne un atteggiamento più cauto nello scisma che opponeva il Barbarossa a papa Alessandro III: rifiutò di farsi consacrare dall’antipapa imperiale, si vide revocata Belluno, entrò decisamente nello schieramento alessandrino, fu dal 1169 legato della Sede Apostolica e infine, nel 1177, fu importante mediatore nella pace stretta a Venezia tra il papa e l’imperatore: nel contesto delle trattative diplomatiche svoltesi a Venezia venne anche sistemata la questione gradese, con l’attribuzione in via definitiva alle province ecclesiastiche di Aquileia e Grado delle rispettive diocesi. 

  Dello schieramento alessandrino di Ulrico II è una bella testimonianza la raffigurazione, nella basilica di Aquileia, dell’arcivescovo di Canterbury Tommaso Becket, che era stato assassinato nel 1170 dai baroni inglesi del re Enrico II ed era stato canonizzato da papa Alessandro, che ne promosse velocemente i culto come simbolo della supremazia dello spirituale sul temporale.

    L’adesione dei patriarchi aquileiesi alla Chiesa di Roma conobbe lunghe e complesse vicende, e a lungo i patriarchi sarebbero riusciti a condurre una politica di equilibrio. Ma fra XII e XIII secolo insorsero dei fatti strutturali nuovi che cambiarono molte carte del giuoco politico. Uno dei più importanti fu l’emergere in Friuli di una nobiltà locale. Così nel 1204 la complessa elezione del patriarca Wolfger vide intervenire accanto ai chierici della cattedrale anche i nobili. Per legare a sé le famiglie aristocratiche, ed anche per promuovere insediamenti e popolamenti di castelli e cittadine, i patriarchi largheggiarono in concessioni di beni e redditi della Chiesa aquileiese, stipulate soprattutto in forma feudale. 

    Lo sviluppo e il consolidamento delle dinastie aristocratiche comportò sino dalla prima metà del Duecento delle situazioni critiche. Anzitutto sul versante occidentale del Patriarcato, dove l’affermazione del Comune di Treviso suggerì nel 1219 a una coalizione di nobili friulani una ribellione al principe ecclesiastico. Fu questo il primo esempio importante delle leghe che si sarebbero costituite in Friuli, prima tra nobili, poi tra città, o tra nobili e  città, in funzione dei conflitti politici. Nell’immediato la ribellione del 1219 fu composta, ma rimase la criticità della situazione sul versante occidentale, mentre a nord si consolidava la potenza dei conti di Gorizia e ad est si realizzavano crescenti successi veneziani nel controllo di Trieste e delle altre città dell’Istria.

    Espressione istituzionale della nuova articolazione politica e dei nuovi problemi fu la crescita del ruolo del consilium patrarchino, che si disse poi il Parlamento della Patria del Friuli. Attivo dagli anni Venti del Duecento, il Parlamento aveva una competenza soprattutto fiscale, ma dilatò nel tempo le proprie competenze alla legislazione, all’alta giustizia, alla conduzione della politica. Accanto alle chiese e ai monasteri maggiori e accanto ai nobili furono presenti come “voci” parlamentari le nuove entità cittadine. Dalla metà del secolo XII si era andata sviluppando infatti in Friuli una ricca articolazione urbanistica: con la ripresa economica di Aquileia e di Cividale, con lo sviluppo di antichi castelli (come quelli che già alla fine del secolo VIII erano stati ricordati da Paolo Diacono: Cormòns, Nimis, Osoppo, Artegna, Ragogna e Gemona), con l’incremento di Gorizia a partire dall’anno Mille, con le nuove realtà determinate dall’accentuarsi degli scambi e cresciute su antichi insediamenti di castello e di villaggio: Udine, Venzone, poi le sedi di sbocco in direzione della piana aquileiese: Portogruaro, Latisana, Marano; altre affermazioni si ebbero nella destra Tagliamento, in parte correlate con la complessa fisionomia politica di quest’area, al confine con la potenza di Treviso: Pordenone, Maniago, Sacile.

    Era con un potere assiso su questo tessuto composito di nobili e castelli, chiese e monasteri, città maggiori e minori ma tutte vitali, che i presuli aquileiesi entrarono nel pieno del Duecento e nei grandi conflitti della metà di quel secolo. Verso il 1245 il Patriarca Bertoldo di Andechs-Meraniaoperò una decisa svolta politica entrando nello schieramento guelfo, scelta poi definitivamente sanzionata con Gregorio di Montelongo, patriarca dal 1251 al 1269 (il suo sigillo è riprodotto nella nostra locandina). In questo clima e nella volontà di costituire un punto difensivo forte contro i Goriziani si ebbe per iniziativa patriarchina lo sviluppo del castello di Monfalcone e la concessione ad esso del privilegio di mercato.

    Il  passaggio dei patriarchi nel campo guelfo realizzato alla metà del Duecento darebbe rimasto stabile, e con esso lo sarebbe stata l’influenza papale: dalla fine del secolo l’intervento della Chiesa di Roma fu predominante nelle nomine dei patriarchi. Dopo una fase di incertezza alla morte di Gregorio di Montelongo, nel 1273 salì al soglio patriarchino una figura di grande spicco e un capofila guelfo: il milanese Raimondo della Torre, 1273-1299, protagonista di una lega armata antiveneziana. Sconfitti nella lotta per il potere in Milano, i Torriani si riproposero con Gastone e Pagano (rispettivamente 1316-1318 e 1319-1331), attuando una politica di potenza familiare e di costituzione di ampie clientele feudali e funzionariali, recando anche nel loro seguito artigiani (i famosi lapicidi lombardi), soldati, ecclesiastici, notai e cancellieri, prestatori di denaro, e creandosi un sostanziale radicamento nella società friulana. 

    Ma nel 1334 subentrò nel Patriarcato un personaggio di altra natura ed altre visioni, un francese, Bertrando di Saint-Geniès, creatura del Papato avignonese, curiale e uomo di fiducia di Giovanni XXII. Durante il suo governo apparvero in piena luce i problemi e le difficoltà di gestione politica del principato ecclesiastico aquileiese, che risultavano anche dall’estensione dei poteri territoriali e delle ambizioni di forze esterne qualii Visconti di Milano e i Veneziani, i quali nel 1339 sottomisero Treviso.  

    Il patriarca Bertrando avrebbe voluto superare il modo di esercizio di potere dei suoi predecessori Torriani, fondato su infeudazioni e clientele e potere familiare, e avrebbe voluto invece creare un tipo di governo e di amministrazione meno personale e familiare e analogo invece a quello, più istituzionale e centralistico, che era in essere nei territori dello Stato della Chiesa. Bertrando volle prediligere una delle cittadine friulane come capitale, e scelse Udine, dove tenne la sua residenza principale e dove si appoggiò alla famiglia dei Savorgnan, ormai quasi signora della città.Questo comportò una serie di tensioni sempre più forti con Cividale, dove le famiglie potenti, soprattutto i Portis, erano avverse agli Udinesi.  Più in generale il patriarca subì l’ostilità di una gran parte dei signori feudali di castello (Castello, Villalta, Spilimbergo, Prata e Porcìa), che a loro volta avevano un punto esterno di riferimento nei conti di Gorizia. 

    Nella primavera del 1346 iniziò una sorta di guerra civile, che sembròconclusa con una tregua stipulata nel novembre del 1349, che avrebbe dovuto durare fino al 24 giugno 1350 ma venne subito spezzata. In un momento che sembrava favorevole il patriarca, di ritorno da un concilio padovano, si recò a Sacile e di qui si preparava a tornare a Udine: il 6 giugno gli fu tesa una imboscata da un manipolo di cavalieri nemici ed egli fu ucciso (la sua morte è effigiata in una tavola dipinta nel Duomo di Udine).

    Questa situazione di guerra endemica si svolgeva in un quadro scosso anche da altri fattori di crisi, crisi italiana anzi europea e crisi anche economica e sociale. Ricordiamo il grande terremoto del 25 gennaio 1348, descritto dal cronista fiorentino Giovanni Villani con particolare riferimento a Gemona, e seguito da una pestilenza ben documentata neilibri anniversari del capitolo e dei conventi di Cividale. Il Patriarcato era adesso coinvolto nelle lotte italiane tese alla formazione degli stati territoriali italiani, non senza gli interventi dei duchi d’Austria, dei re d’Ungheria e degli imperatori. Il successore di Bertrando fu Nicola I di Lussemburgo, fratello dell’imperatore Carlo IV, poi nel 1359 si ebbe un ritorno lombardo con Ludovico della Torre, quindi un principe ecclesiastico tedesco, Marquardo di Randeck, solennemente insediato nel 1365, energico promotore di una legislazione che recepisse le consuetudini della Patria del Friuli ed eccellente diplomatico: egli partecipò da protagonista ai conflitti che vedevano l’aggressività di Venezia (con l’assedio e la conquista di Trieste, 1368-1369) e per contraccolpo un coordinamento di forze ostili all’egemonia veneziana, una riapertura del giuoco in favore dei duchi d’Austria, Alberto e Leopoldo d’Absburgo, ai quali si coordinarono i conti di Gorizia, infine  l’entrata in campo della repubblica di Genova, la cui flotta sconfisse clamorosamente la flotta veneziana nelle acque di Pola(maggio del 1379) e diede avvio alla tremenda guerra di Chioggia. 

    Marquardo fu attivo nelle trattative che avrebbero condotto alla pace di Torino, ma non arrivò a vedere quella conclusione, morendo improvvisamente nel gennaio del 1381. La nomina da parte del papa di un successore nella persona del francese Filippo d’Alençon venne ampiamente contestata in Friuli, dove si aperse una micidiale guerra civile e si manifestarono tutte le disunioni e la fragilità della compagine politica patriarchina. Trieste, che aveva cercato la protezione udinese e patriarchinacontro Venezia, diffidò infine di tale scelta e si diede nel 1382 al duca d’Austria. Agli inizi del Quattrocento la potenza veneziana, che aveva subito un arresto con la guerra di Chioggia, si era ripresa in pieno e procedette alle acquisizioni di Vicenza, Verona e Padova. Nel maggio del 1411 fu promessa a Venezia alleanza e subordinazione da parte dei signori di Prata e Porcìa, di Polcenigo, di Ragogna, di Spilimbergo, di Valvasone, di Prampero, e delle comunità di Cividale, Gemona, Venzone, Tolmezzo, San Vito, Aviano, Caneva, Sacile. L’imperatore Sigismondo di Lussemburgo invase allora il Friuli, fece sbandire i Savorgnan, da sempre grandi fautori di Venezia, e impose nel 1412 un patriarca filoimperiale, Ludovico di Teck. Nell’aprile di quello stesso anno iniziò la controffensiva veneziana, con scorrerie e devastazioni. Stipulata nel 1413 una tregua con una prospettiva quinquennale, essa ebbe puntualmente fine allo scadere del termine convenuto, e nel luglio del 1418 le milizie veneziane entravano in Friuli. Non ci fu una dedizione formale del patriarca a Venezia, bensì una serie di dedizioni di singole città della Patria del Friuli: sintomo di una capillare e ormai totale secessione delle singole entità politiche dall’autorità centrale aquileiese, e prodromo di una  capitolazione che si ebbe infine tra il giugno e  il settembre del 1420. Il dominio veneziano implicò un rafforzamento della nobiltà castellana, alla quale la Repubblica di San Marco garantì i domìni sui residenti e sui contadini. Nella questione del voto per teste o per stati in Parlamento, Venezia decise in favore del voto per teste, che favoriva i signori di castello.